L’Officina del falsario

Riflessioni per una sezione storica de La pagina che non c’era

di Raffaella Bosso e Paola Nasti

 

L’Officina del falsario nasce quest’anno come sezione storica de La pagina che non c’era: abbiamo proposto agli studenti di cimentarsi nella creazione di un falso documento storico–articolo di giornale, intervista, lettera, pagina di diario o quant’altro – relativo alla vicenda di Franca Viola, la giovane siciliana che nel 1965 ebbe il coraggio di rifiutare il matrimonio riparatore con l’uomo che l’aveva rapita, innescando un dibattito giuridico e morale che ebbe ampia risonanza negli anni seguenti.

Abbiamo dunque messo a disposizione dei partecipanti un dossier in cui sono state raccolte notizie e testimonianze (per la maggior parte reperite in emeroteca) sulla vicenda; durante il festival di letteratura tenutosi all’Istituto “Pitagora” ai primi di marzo abbiamo presentato il dossier ed illustrato le consegne.

Da molto tempo riflettevamo sulla vocazione multidisciplinare de La pagina che non c’era che, più che un concorso di scrittura, può essere considerata un tentativo di sperimentare una metodologia didattica fondata sul processo mimetico, uno dei più semplici e intuitivi meccanismi di apprendimento, che ci sembra però piuttosto trascurato nell’ambito dell’insegnamento scolastico. L’Officina del falsario costituisce un primo esperimento, ma lo stesso metodo potrebbe essere esteso alle letterature straniere, alla filosofia, alla storia dell’arte e non da ultimo alle materie scientifiche.

Nella prima parte del nostro seminario abbiamo invitato i ragazzi a riflettere sulla metodologia adottata, mostrando loro innanzitutto come l’imitazione – ma si potrebbe anche dire la consapevolezza di essere inseriti in una determinata tradizione – sia alla base della creazione dell’identità culturale di un popolo o di un individuo. Come caso di studio si è proposta la genesi della civiltà romana nel suo rapporto con la Graecia capta: l’argomento, nelle sue linee generali già noto al nostro pubblico, è stato affrontato con taglio interdisciplinare, accostando l’analisi dei fenomeni storico-culturali all’osservazione della produzione artistica. In particolare si è analizzato il fenomeno della copistica nella scultura romana, mostrando come repliche apparentemente identiche di uno stesso originale greco reinventino ciascuna a suo modo il modello di partenza, dandogli una nuova funzione e risemantizzandolo.

Abbiamo poi concentrato l’attenzione sulla figura del falsario, spesso alter ego dello studioso, con cui condivide la sicura e appassionata conoscenza dell’oggetto della sua produzione, pur con finalità diametralmente opposte. Da questo punto di vista appare emblematico il personaggio di Giovanni Battista Piranesi, che nella seconda metà del Settecento fu archeologo abilissimo, interprete con le sue acqueforti delle rovine di Roma antica, profondo conoscitore del mondo classico; ma anche creatore di vistosi pastiches marmorei che venivano spacciati per antichi ai collezionisti di mezza Europa. Un’altra interessante figura di falsario è quella di Costantino Simonidis, anche lui intimamente immerso nella cultura dell’antica Grecia, autore del falso papiro attribuito ad Artemidoro che in anni recenti ha causato dibattiti accesissimi tra illustri accademici circa la sua originalità: per illustrare questo caso complesso ed interessante abbiamo invitato l’archeologo Simone Foresta, che collabora con l’Università “Federico II” .

Le reazioni dei ragazzi alle nostre sollecitazioni sono state interessanti: è emersa in molti interventi la convinzione, profondamente radicata nella loro generazione, che originalità e creatività significhino creazione estemporanea, nuova, avulsa da un contesto storico-culturale di riferimento. Ciò li porta spesso a rifiutare l’aspetto creativo degli studi storici: su questo argomento si è fondata la seconda parte della nostra lezione.

Dal lavoro quotidiano in classe emerge come una delle maggiori difficoltà nello studio della storia sia, per gli allievi, stabilire un criterio di salienza utile a selezionare, in una congerie talvolta smisurata, i “fatti” storici degni di attenzione e di memoria. Le difficoltà nell’insegnamento e nell’apprendimento della storia sembrano partire dagli equivoci del senso comune rispetto a cosa sia un fatto storico. Le considerazioni metodologiche di Fevbre, Carr, Chabod, Le Goff, ci sono state preliminarmente utili per sottolineare come la monoliticità del “fatto storico”, degli “oggetti” storici, sia solo un presupposto acritico, ostacolo alla comprensione del rapporto tra gli eventi del passato e tra il passato e il presente.

Seguendo le tracce di Carr, abbiamo sottolineato come la scelta di questi “fatti fondamentali del passato” dipenda non già da una qualità intrinseca dei fatti stessi, ma da una decisione a priori dello storico.

Questa considerazione ci ha permesso di introdurre un discorso che tenta di decondizionare lo studio del passato dall’essere passivo rispecchiamento in un repertorio di cose morte; ci ha permesso di parlare ai ragazzi di quanto sia importante, proprio nel lavoro dello storico di professione, una forte dose di creatività: nella selezione degli elementi da mettere in relazione in una possibile interpretazione; nella possibilità di immedesimazione in persone ed epoche altre; nello stabilire raffronti tra ciò che è stato e il presente in corso.

Naturalmente, tale riflessione ha poi implicato un riferimento al criterio di “verità” storica; a cosa significhi, dunque, l’oggettività necessaria al lavoro dello storico. E qui il nostro lavoro sul falso ci ha aiutati, forse, a far comprendere il rapporto tra le due dimensioni della storia – il tener fede all’oggetto; e la capacità di invenirne (“inventarne”), creativamente, il senso. La capacità di essere creativi, immaginare, immedesimarsi, sono modalità del pensiero. La tipizzazione che si origina dai processi di ricostruzione storica – ma anche dai possibili paralleli dei falsi e mistificatori oggetti del falsario – costituisce di per sé l’attività che ci guida nella comprensione del mondo. Ogni dimensione del passato testimonia di una irriducibilità al presente; ciò costituisce il nocciolo duro a cui ogni storico che non voglia cedere alla propria funzione veritativa, deve attenersi; e tuttavia, quando ci avviciniamo al “già stato”, ci approssimiamo sempre a partire da pre-giudizi, da categorie che unificano passato e presente. Il falso storico presuppone la capacità del falsario di comprendere l’elemento comune dell’epoca; ma ciò è possibile solo a partire da una sua profonda comprensione di quanto leghi le epoche storiche più diverse.

Significa forse tutto questo rinunciare a che i nostri studenti conoscano l’aspetto evenemenziale della storia? Crediamo di no. Si tratta, piuttosto, di stabilire un diverso rapporto tra la conoscenza dei fatti, depositati nei testi storici; e la possibilità di suscitare interesse attivo per quei fatti stessi. Di istituire un circolo vitale tra gli eventi e la nostra capacità di comprenderli alla luce di una possibilità di immedesimazione in essi. Di rendere meno estranei i fatti attraverso la scoperta che i fatti li inventiamo noi; e che questa invenzione da falsari non necessariamente altera lo spirito dell’epoca; anzi, piuttosto, se ben condotto, riesce a compierlo in una comprensione più profonda.

 

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